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Nero Tossico

Nel nostro pianeta il fenomeno drammatico del global warming sta subendo degli incrementi preoccupanti. Sin dalla metà del XX secolo si è osservato che l’innalzamento della temperatura globale non è uniforme, mostrando un picco critico soprattutto nell’emisfero settentrionale, fino ad arrivare al polo nord. Lo scioglimento dei ghiacci è la drammatica conseguenza di un fenomeno che va peggiorando.
Le emissioni di CO2 degli ultimi decenni sono aumentate: allevamenti intensivi, deforestazione e combustione hanno modificato l’atmosfera; l’ingente incremento della mobilità in tutto il pianeta, il fenomeno della globalizzazione, ha sì accorciato le distanze, ma ha altresì aumentato l’utilizzo del petrolio.
Oro nero, vischioso e costoso, il petrolio è ancora il re indiscusso dei combustibili fossili; la gioca da padrone in borsa, infido testimone di guerre e collassi economici. I grandi poteri della Terra giocano tra loro a suon di “barili” e il destino dell’unica grande casa che abbiamo è in pericolo. Abbiamo assistito spesso a gravi disastri ambientali causati dallo sversamento del petrolio nei mari.
Sono 50 anni che la Nigeria è vessata da disastri ambientali di portata inimmaginabile, oltre 10 mila sversamenti nel delta del fiume Niger, 546 milioni di galloni di petrolio dispersi dall’inizio delle estrazioni, e in nessun caso è stata attuata opera di Bonifica adeguata; danni alla fauna ittica, alle piantagioni da frutto che sostentano le popolazioni locali. La Nigeria è uno dei paesi più danneggiati dalle multinazionali del petrolio.
E’ proprio notizia recente (https://altreconomia.it/eni-nigeria-processo-italia/) che il processo intentato contro ENI e la sua società Naoc, da parte della popolazione Ikebiri andrà avanti. La comunità nigeriana chiede due milioni di euro per danni e la bonifica dei territori devastati dagli sversamenti del 2010. Ma la Nigeria è solo uno dei tanti luoghi che stanno subendo violenza. Usiamo il gerundio poiché in seguito ad uno sversamento petrolifero non bastano decenni per arginare il danno, è l’ecosistema viene permanentemente mutato.
Il 20 aprile del 2010 gli Stati Uniti hanno assistito alla più grande tragedia ambientale di tutti i tempi, la piattaforma di perforazione petrolifera Deepwater Horizon, nel Golfo del Messico E’ esplosa; una catastrofe annunciata, l’incuria e la mancanza di sicurezza hanno causato la morte di 11 persone e un disastro ambientale è stato provocato dalla marea nera fuoriuscita. Ad oggi ancora in alcune zone del Golfo, nei fondali marini, ci sono depositi di greggio. Migliaia di animali uccisi, la flora marina contaminata. L’ITOPF (International Tanker Owners Pollution Federation, http://www.itopf.com/), ha realizzato una banca dati su tutti gli sversamenti avvenuti dal 1970 ad oggi, circa 10.000, senza contare le guerre.
L’impatto del petrolio sulla fauna e la flora è gravissimo. Particolarmente esposte sono le coste tropicali, sabbiose e popolate di mangrovie; le mangrovie posseggono una forma di radici respiratorie che permettono loro di vivere nel fango, in ambienti poco ossigenati. Il petrolio soffoca le radici E le mangrovie muoiono, e ci vogliono anche decenni per ripopolare l’ambiente. Questo è solo uno dei tanti effetti, che in ogni angolo del mondo generano reazioni diverse, ma sempre letali. Basti pensare agli effetti distruttivi sul plancton, agli uccelli marini nei confronti dei quali il petrolio soffoca e altera il piumaggio rendendoli sensibili alle temperature esterne e condannandoli a morte certa, senza contare le ulcerazioni delle mucose degli occhi, del naso e della bocca e le intossicazioni dovute all’ingestione. Le uova sono irrimediabilmente contaminate. I mammiferi marini sono particolarmente sensibili agli sversamenti, data la loro natura anfibia e dipendente dall’aria. Gli effetti sono ipotermia, problemi alle vie respiratorie. Il petrolio può camuffare gli odori e impedisce il riconoscimento tra madre e figli. I cuccioli sono abbandonati dalle madri che non li riconoscono, causandone l’inevitabile morte. L’impatto E’ letale su tartarughe, pesci e alghe. L’ambiente marino diviene un luogo di strage senza rimedio.

Ogni parte del globo è stata violentata dalla marea nera che furibonda, per mano degli umani, si abbatte impietosa.

Pochi dati ma significativi:

Nel 1991, durante la guerra del Golfo, uno sversamento nel Golfo Persico, volutamente causato dalle truppe irachene, fa fuoriuscire circa 1.500.000 tonnellate di greggio;

Il 3 giugno 1979 nel Golfo del Messico una piattaforma prende fuoco; per 9 mesi non si riesce ad arginare il disastro, quasi 500.000 tonnellate di greggio sversato;

Nel Golfo Persico, il 10 febbraio 1983 una nave cisterna si scontra con una piattaforma petrolifera, la Nowruz; ciò avviene durante il conflitto tra Iran e Iraq. La guerra non aiuta certo il disastro e fino a settembre il greggio fuoriesce. Si disperdONO in mare circa 300.000 tonnellate di petrolio

Il 24 marzo 1989, in un’insenatura del golfo di Alaska una superpetroliera, la Exxon Valdez, si incaglia in una scogliera. La conseguenza è una dispersione in mare di oltre 40 milioni di litri di petrolio.

Nel 1991, una nave cipriota, la Amoco Milford Haven, affonda nel Golfo di Genova, forse a causa di una esplosione; alcuni membri dell’equipaggio perdono la vita e 144.000 tonnellate di petrolio si disperdono in mare.

Nel 1978 tocca alle coste bretoni assistere a un altro disastro; la superpetroliera Amoco Cadiz, un colosso liberiano di 330 metri, si incaglia disperdENDO in mare oltre 200.000 tonnellate di greggio inquinando 150 km di costa.

Nel 1979, durante una forte tempesta tropicale, la nave greca Atlantic Empress, si scontra con l’imbarcazione Aegean Captain, a largo di Trinidad e Tobago. Quasi 300.000 tonnellate di petrolio finiscono in mare.

Il 6 gennaio 2018 la petroliera iraniana Sanchi si scontra con il mercantile Cf Crystal, a 160 miglia da Shangai. Il petrolio che si disperde in mare è circa 136.000 tonnellate. I dispersi sono 29, un altro grande disastro.

Si potrebbe continuare ancora, tanti sono i disastri. Le piattaforme offshore sparse per il mondo sono circa 1500; solo nei nostri mari le piattaforme di estrazione (tra metano e petrolio) sono 119. Si parla di rinnovabili, di adeguamenti energetici, di ambiente e di emergenza, la vera emergenza è iniziare come tanti paesi hanno già fatto, la Norvegia – per esempio – che proprio di recente ha dimostrato con il mercato delle auto elettriche, quanto sia possibile rinunciare al petrolio in favore dell’ambiente.
Il vero futuro sta proprio nel prendere una posizione netta e definitiva, il danno che i combustibili fossili stanno causando alla Terra è enorme. Il respiro del nostro pianeta è in pericolo e come un uccello che disperatamente cerca di fuggire dalla marea che lo insegue, un cetaceo intrappolato nella vischiosità di un mare che non riconosce più, dovremmo sentire forte il dolore di questa natura che grida, di tutti gli esseri viventi in pericolo. Condannare un pianeta per interessi economici è veramente la grande vergogna alla quale ci si deve ribellare, per continuare a vivere della bellezza che la natura ci regala.