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L’alba dei diritti animali, per cosa proviamo indignazione?

Chi non proverebbe orrore nel vedere un gattino maltrattato o rinchiuso in una gabbia, cosparso di alcool ed incendiato? Oppure nel vedere un cane gettato da un’auto in corsa sul ciglio di una autostrada? O magari una tigre che impazzita dagli anni passati a forza in un circo, cammina su e giù in una gabbia di pochi metri quadrati, senza sosta e senza speranza?
Ci si indigna sempre più spesso per ciò che gli umani riescono a perpetrare nei confronti degli animali: allevamenti da pelliccia, sperimentazione, vivisezione, allevamenti intensivi; uno sfruttamento senza sosta che produce null’altro che sofferenza.Eppure la soglia di empatia che permetterebbe la liberazione dal giogo della forza e della prepotenza umana sull’animale è ancora troppo bassa.
Non racconterò quello che in Cina è un uso comune, come cucinare ratti o gatti vivi, scuoiare cani  per le loro pelli, ammassandone i corpi in enormi fosse dove, ancora vivi, esalano i loro ultimi respiri nel dolore più atroce; non racconterò nei particolari tutti gli orrori che l’uomo, in Cina ed altri luoghi del nostro pianeta, riesce a procurare ad altre creature viventi. Un episodio recente ha generato in me orrore misto ad un senso di impotenza e rabbia ed ha acceso ancora una volta, come ogni giorno della mia esistenza da più di 25 anni, l’impegno e la voglia di raccontare l’ingiustizia.
Tempo fa un evento incredibile quanto straziante ha trovato spazio su di un portale cinese, Reminbao, ma prima di narrarlo è necessaria una breve premessa. In Cina, Vietnam e Corea si alleva una certa specie di orsi neri asiatici, conosciuti come Orsi della luna, per la caratteristica macchia a semi luna che hanno sul petto, per estrarre la bile, in luoghi che vengono chiamati “fattorie della bile”. La bile degli orsi viene utilizzata sia per la medicina naturale, sia per prodotti cosmetici. Questi animali sono tenuti nelle cosiddette “crush cages” delle minuscole gabbie con una sbarra di ferro che schiaccia la loro schiena, costringendoli a rimanere sdraiati a terra; la pancia è costretta in un busto di ferro. Nel loro addome viene inserito, fin  da cuccioli, un catetere che perfora la cistifellea. La ferita rimane sempre aperta, provocando dolori lancinanti, infezioni, peritoniti e setticemie; il dolore è talmente insopportabile che gli orsi cercano di strapparsi le interiora, impazziti completamente dai tormenti a cui sono obbligati. Questi poveri animali vivono anche decine di anni in queste condizioni.
Un testimone in visita ad una di queste fattorie (ce ne sono diverse e si stima all’incirca un numero pari a 16.000 esemplari allevati a questo ignobile scopo) ha assistito ad un episodio straziante: una orsa è riuscita a rompere le sbarre della sua gabbia, nel tentativo di salvare il suo cucciolo che urlava di dolore mentre gli stavano estraendo la bile, si è lanciata su di lui, facendo scappare l’allevatore, e consapevole di non poterlo salvare l’ha soffocato. Impazzita si è strappata il busto metallico sbattendo violentemente la testa su di un muro uccidendosi. Un esempio di suicidio animale, la follia, la sofferenza inenarrabile, l’incomprensibile crudeltà di questi luoghi ha spinto Jill Robinson a fondare Animals Asia Foundation, che da più di 10 anni si occupa di salvare e recuperare gli orsi da questi “lager infernali”

Possibile che diritti animali e diritti umani non possano connettersi? Nello splendido libro di Tom Regan “Gabbie Vuote”,  si parla di “diritti”, di rispetto, di empatia nei confronti di altri esseri viventi, esseri “soggetti di una vita”, che respirano come noi, provano dolore, sofferenza, paura, disperazione e rabbia, gioia e sconforto, odio, smarrimento, esseri che hanno diritto alla vita, quanto qualsiasi essere vivente su questa terra. Raccontare l’orrore è un dovere, per chi non ha voce, seppure gridando dietro le sbarre. La vita è un diritto non un lusso e questo diritto va rispettato, curato, difeso, perché è lo stesso diritto che non vorremmo ci fosse negato, coerenza vorrebbe che si difendesse per tutti.