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La responsabilità sociale delle imprese : il caso Asia Pulp & Paper

 

La responsabilità sociale delle imprese (RSI) è un tema importante, visto che nei paesi europei e nei paesi di lunga tradizione industriale ormai è un aspetto relativamente consolidato. Ma la globalizzazione dei mercati e l’esaurimento delle risorse naturali non consentono più di tenere distinti sistemi industriali collocati in nazioni o aree geografiche diverse. Come evolve la RSI a livello internazionale? Il caso della filiera foreste-carta.

 

Di Maria Teresa de Carolis e Paolo Sospiro (docente di Economia dei Processi di Globalizzazione, Università di Macerata).

Un’impresa che adotti un comportamento socialmente responsabile, monitorando e rispondendo alle aspettative economiche, ambientali, sociali di tutti i portatori di interesse (stakeholders) coglie anche l’obiettivo di conseguire un vantaggio competitivo e massimizzare gli utili di lungo periodo. Un prodotto, infatti, non è apprezzato unicamente per le caratteristiche qualitative esteriori o funzionali; il suo valore è stimato in gran parte per le caratteristiche non materiali, quali le condizioni di fornitura, i servizi di assistenza e di personalizzazione, l’immagine ed infine la storia del prodotto stesso. Tuttavia diversi sono i livelli di analisi della RSI. Infatti, un primo livello deve tenere presente il rapporto tra le imprese, i paesi e il sistema internazionale. Un secondo livello, il rapporto imprese e società civile. Infine, il terzo che riguarda il processo produttivo e di conseguenza la filiera produttiva.
L’esempio della Asian Pulp & Paper (APP) presenta all’ennesima potenza tutti i problemi sopra descritti. Essa è un’impresa sino-indonesiana con sede a Singapore che produce carta e cellulosa. O meglio si occupa di estrazione della cellulosa e lavorazione della carta. Il prodotto viene estratto dalle piante di acacia che ad un ritmo vertiginoso stanno sostituendo le foreste pluviali e quelle torbiere, in particolare dell’Indonesia. La APP fa parte della holding Sinar Mas, che opera nel settore cartario, dell’olio di palma e delle banche. L’industria produce, da sola, circa 15 milioni di tonnellate tra carta e cartone, all’anno. Impiega inoltre legni duri di foreste naturali (mixed tropical hardwood).

Le foreste pluviali indonesiane occupano il terzo posto, per estensione, sul globo terreste. Ormai da dieci anni sia le foreste pluviali che quelle torbiere sono gravemente danneggiate. Il Borneo indonesiano ha perduto negli ultimi decenni oltre il 75% delle foreste originarie. 20 milioni di ettari deforestati negli ultimi dieci anni, un quarto del restante patrimonio verde. Il Quarto Rapporto di Valutazione dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, pubblicato nel 2007, ha stimato che le emissioni dovute alla trasformazione d’uso del suolo (soprattutto deforestazione) negli anni ’90, ammontano a circa 5,8 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno, vale a dire il 18% di tutte le emissioni aggiunte all’atmosfera in un anno da tutte le attività umane(1). L’Indonesia è il terzo paese al mondo per emissioni di CO2, dopo Stati Uniti e Cina. Questa stima riguarda le emissioni provocate dalla deforestazione.

Il problema è che l’APP è una multinazionale di proprietà indonesiana e con sede in Singapore. Indonesia e Singapore sono due paesi con una scarsa sensibilità ambientale e rispetto dei diritti umani, dei lavoratori e dei bambini dal punto legislativo. A ciò è necessario aggiungere che anche la società civile è poco sensibile a tali principi. L’Italia, per esempio, è il primo importatore europeo di carta e pasta di cellulosa, importa circa 50 milioni di euro di materia all’anno, proveniente dall’Indonesia e, tra i principali fornitori, risulta naturalmente anche la Asia Pulp and Paper. Di conseguenza, essendo una multinazionale, alcune organizzazioni internazionali hanno pensato di fare pressione sullo scarso rispetto di tali diritti.
Dopo alcune pressioni il WWF riuscì a portare alla ragione l’azienda. Infatti, La Asia Pulp and Paper e la sua parents company Sinar Mas si impegnarono con il WWF nell’agosto del 2003 in un progetto di 12 anni che rivedeva i propri standard comportamentali nei confronti dell’ambiente, dedicando parte delle foreste in concessione ad aree di conservazione, garantendo approvvigionamenti da fonti controllate ma soprattutto legali. Tuttavia niente di tutto questo fu fatto, tanto che un report molto dettagliato del WWF, Hiding Destruction behind false advertisements, dell’ottobre del 2006, ne dichiarò il fallimento.

Nonostante, la APP pubblicasse sul New York e London Times annunci pubblicitari riguardanti la sua “lodevole attività ambientalista” e di sostegno alla protezione delle foreste e delle specie a rischio, seguitava la sua attività illegale nella provincia di Riau, a Sumatra, devastando foreste torbiere, minacciando le tigri e gli elefanti che trovavano in quell’habitat la loro risorsa.

Evidente che il progetto proposto dal WWF fu utilizzato dalla APP come un veicolo per incrementare il proprio business e migliorare la propria immagine. Mentre si pubblicavano questo tipo annunci la APP continuava la sua attività illegale nella provincia di Riau, a Sumatra. L’impegno da parte della Asia Pulp & Paper indubbiamente era stato una manovra commerciale ed il WWF conobbe il vero aspetto di questo gigante sino-indonesiano, interrompendo di conseguenza il progetto.

Amnesty International ha chiesto una indagine ufficiale riguardo la multinazionale; nel dicembre del 2008 la polizia di Riau a Sumatra diede alle fiamme l’intero villaggio di Suluk Bongka, provocando la morte di due bambini, uno di appena due mesi di età. Questo è il tragico epilogo di una guerriglia durata 12 anni tra le popolazioni indigene del villaggio, i Sakai, contro la Arara Abadi, fornitore della Indah Kiat Pulp and Paper, del gruppo APP, per l’appunto.

I contadini vennero processati e condannati per incitamento alla violenza e violazione della proprietà. Tutto ciò è palcoscenico di una reiterata collusione con il Ministero delle Foreste, per rilasci al di fuori delle regolamentazioni nazionali. La stessa polizia di Riau denunciò l’industria cartaria per abusi sul territorio e taglio illegale, ma la APP ne uscì illesa, non solo, vincendo la battaglia sul controllo delle foreste a Sumatra. La provincia di Riau è l’ area in cui si registrano più incendi in Indonesia, circa 4.782 nella prima metà del 2009. Sumatra è ormai da anni vittima del logging della compagnia, spesso le zone vengono deforestate senza le concessioni del Governo. Attualmente soltanto il 35% dei 700.000 ettari di foreste protette dall’Unesco come Riserva sono foreste naturali, il restante è dominato da piantagioni di acacia.

Oltre il danno anche la beffa, perché nel 2010, il Governo Indonesiano ha concesso di abbattere alla APP circa 200.000 ettari di foresta nella zona del parco Bukit Tigapuluh. Il Parco protetto, nell’isola di Sumatra, è l’habitat naturale di specie gravemente a rischio come l’elefante e la tigre ed è l’unico luogo dove è stato reintrodotto con successo l’orango.

E’ chiaro come i governi, così come le legislazioni e regolamentazioni indonesiane e di Singapore non siano in grado di condurre a miti consigli l’azienda ma, a quanto pare, anche la società civile internazionale sembrerebbe sortire scarso effetto. Infatti, l’intervento sia del WWF che di Amnesty International non ha inciso particolarmente sul comportamento gravemente illegale di questo colosso.
Il problema è che l’APP è un’azienda di estrazione che è situata sulla parte della filiera produttiva, di conseguenza essa è difficilmente attaccabile, da parte delle organizzazioni, in quanto non ha particolare interesse, economico e di immagine, a migliorare il proprio comportamento.

Ma nonostante la APP non compaia come industria sui packaging e sui prodotti cartari, non abbia la stessa visibilità che potrebbe avere l’industria finale di produzione e distribuzione, si trovi in una zona del mondo dal punto di vista sia politico che economico lontana da controlli e da un sistema di coordinamento internazionale, la moltitudine di illegalità sommerse per anni cominciano ad affiorare spingendo associazioni ambientaliste a creare una rete di informazione e pressioni affinché questo sistema cessi.

In seguito ad una campagna contro il gigante cartario sino-indonesiano, la Rainforest Action Network e del’associazione italiana Terra! e che si sta occupando di portare avanti la battaglia contro gli abusi del colosso APP in Europa, si è arrivati ad una svolta decisiva in questa battaglia.

Dapprima contattando le industrie affiliate e di distribuzione alla APP e poi facendo pressione anche sui clienti si è arrivati ad un traguardo impensabile. Gruppi come Fuji XeroxRicohCorporate ExpressMetro GroupWoolworths Ltd. e Idisa Papel già da tempo non acquistano più prodotti dalla Asia Pulp & Paper ed ultimamente, il gruppo Gucci che comprende griffe del calibro di Yves Saint LaurentAlexander McQueenStella McCartney e Balenciaga., poi FerragamoTiffany e H&M hanno deciso, anche loro seguendo la scia della coscienza ambientalista, di non acquistare più prodotti cartacei provenienti dal logging selvaggio ed illegale in Indonesia, in particolare dalla Asia Pulp and Paper. Hanno deciso che entro il dicembre del 2010, ogni prodotto cartario che non abbia la certificazione FSC (Forestry Stewardship Council), non verrà acquistato. Questa decisione non riguarda solo un problema di etica ambientale ma lede all’immagine di un marchio.

Infatti, la fornitrice ufficiale di questi marchi, la PAK 2000, società internazionale controllata dall’APP; a causa del rischio di immagine ed economico, ha deciso di intraprendere una nuova politica.

I primi passi sono stati il disinvestimento dell’APP dalla PAK2000 e, nel dicembre del 2009, la firma da parte della PAK2000 di un protocollo di intesa con la RAN che prevede, oltre all’indipendenza dall’APP, un percorso congiunto che porti la PAK2000 a sviluppare una politica aziendale che operi nel rispetto dei più elevati standard ambientali.

Inoltre, l’ultimo comunicato stampa pubblicato sul sito della PAK2000 conferma il disinvestimento della APP dalla PAK2000 e l’acquisizione della quota di maggioranza delle azioni della società di packaging da parte della Overveen General Netherlands B.V., gruppo di investimento privato olandese. La nazionalità europea del nuovo gruppo di maggioranza dovrebbe, quindi, garantire una gestione più trasparente e sostenibile della società, in linea con i più avanzati standard europei.

Le cose parrebbero, aggiungeremmo finalmente, andare nella direzione giusta. Quindi nonostante gli eventi siano, apparentemente, a favore dell’APP, le organizzazioni internazionali sembrano essere state in grado di isolare l’azienda e forse, nel tempo, a farle cambiare comportamento. Questo, sembrerebbe essere un esempio a buon fine. I fatti, nonostante le difficoltà ed il tempo intercorso, le organizzazioni, operando in rete, altro fattore determinante e risalendo lungo la filiera, sono riuscite a raggiungere un risultato che porta il mondo verso una maggiore sostenibilità umana ed ambientale.

In conclusione, sembrerebbe proprio che i tempi siano cambiati. In passato, le multinazionali estrattive, olio di palma e carta tra tutti, erano in grado di strappare, addirittura, finanziamenti dalla banca Mondiale per incentivare l’avanzamento dei paesi in via di sviluppo e l’occupazione, nonostante ancora una montagna di illeciti
Ormai anche gli organismi internazionali sono consapevoli che i danni e gli abusi legati all’ambiente si rivelano in maniera considerevole devastanti per l’economia. Naturalmente il primo danno cui assistiamo è quello ambientale, la perdita delle foreste primarie, ma approfondendo il fenomeno della deforestazione senza freno si nota che esso è un ostacolo enorme alla crescita economica di un paese; nella scala globale la deforestazione causa la perdita di oltre 10 miliardi di dollari l’anno ed altri 5 miliardi tra evasione fiscale, tasse non pagate o ricavi non versati.
Fortunatamente, questo approccio allo sviluppo, sembrerebbe essere passato di moda.