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La bellezza non ha sbarre

Maria Teresa de Carolis  – 1 giugno 2016

Lo ricordo con una luce vivida, i suoi occhi, la sua tristezza. Accovacciato in un angolo con le spalle al pubblico, quella sorta di massa informe, e dis-umana, che si recava a osservarlo le domeniche e i pomeriggi assolati. E io con loro, facevo sì parte di una massa. Ero bambina e mi si gelava il cuore a vederlo là senza natura, senza i suoi alberi, la sua storia dissolta dietro le sbarre e dietro quel vetro che ricordo come fosse ieri. Il vetro dietro al quale Bongo, il gorilla del Giardino Zoologico di Roma, dal ’66 disperato guardava oltre. Il Gorilla magnifico e fiero vittima dell’insensato, della “supremazia umana” che vieta, obbliga e uccide. Ogni suo sguardo per me era una pugnalata, mi trafiggeva, mi trasmetteva quel dolore silente, garbato e fiero. I nostri occhi qualche volta – poche – si sono incrociati e io, bambina, avevo chiaro il concetto di libertà; crescevo con i documentari di Diane Fossey e i gorilla per me erano l’espressione della bellezza, della magnificenza di esseri unici.
Mi chiedevo perché? A che scopo mostrare la crudeltà della nostra specie. Questa malsana abitudine che spesso ha coinvolto nostri simili, nella guerra alla libertà. Guerre di specie, guerre di razze e religioni, guerre di sesso e guerre di classe. Guerre. Cambia il mezzo  e le sbarre a volte sono più fitte o più ampie, sembrano persino nazioni, ma l’obiettivo è lo stesso. Gli umani devono rubare, stuprare, privare, bruciare,  perché nella natura la loro forza si misura così.
E allora l’inganno si svela, la violenza è solo violenza, e Harambe  ucciso a Cincinnati per “salvare un bambino” e Sara, strangolata e data alle fiamme sono anche loro  in quella nazione di sbarre che releghiamo a mere notizie da rotocalco. In Brasile 33 individui stuprano una sedicenne, l’infamia si propaga e diventa notizia, anche lei.  Notizie che ci rendono spettatori d’infamie senza eguali, ancora una volta l’essere umano si presenta al mondo come il peggiore degli esseri senzienti (restiamo umani?). Si educano i figli alla sopraffazione, bio parchi, acquari e zoo marini per insegnare che qui siamo per prendere quello che ci va, siamo proprietari del mondo intero e disponiamo in funzione del nostro potere, della terra come se fosse un gioco. Si gioca da bambini al potere e da grandi lo si esercita. Bambini che crescono con l’idea che il circo sia un luogo ricreativo, che gli animali si mangiano per crescere bene e che lo zoo è il posto dove si “preservano le specie in pericolo”. In pericolo da cosa? Da noi.
Lenta e inesorabile la nostra prevaricazione che si ramifica in tutti gli ambiti terrestri. Gli animali sono cibo, risorsa, divertimento, cura e in tutta questa follia di violenza – loro – sono anche il pericolo. Allora si uccide perché non si può mettere sullo stesso piano un umano con un animale, lo decide l’essere umano, sempre. Illuminare questo sentiero di degrado e di stupidità umana è urgente quanto salvare il pianeta dalla mano impiastrata di potere. Harambe non tornerà, né Sara, né Bongo, la ragazza brasiliana non ha un nome – “stuprata” è il suo nome –  deve difendersi, perché è una poco di buono e come sempre succede “forse se l’è cercata”. Si continua a spiegare, giustificare, analizzare senza pensare che solo una cosa può sciogliere questa catena: dire No alla violenza, di ogni parte, di ogni tipo, di ogni grado. Il mio piccolo spazio è senza catene e senza sbarre e posso anche ospitare chi vuole provare la bellezza della libertà. Gabbie vuote sempre e comunque, educhiamo i figli al rispetto perché il dolore di un essere in gabbia è lo stesso di una donna stuprata, di un rifugiato in pericolo, di una foresta in fiamme, che nel silenzio si proiettano verso la liberazione.  Hanako, figlio dei fiori, elefante indiano di 69 anni, di cui 67 passati in prigionia, anche lui ha lasciato la terra, la sua vita rubata dai soliti umani, in uno squallido zoo di Tokyo, dove chi sa quanti bambini e genitori sono andati ad applaudire la sua maestosità. Nessun commento può lenire questo dolore, questa sorta di inganno, di male sotterraneo che soltanto la scelta antispecista può mutare.
Gabbie da aprire, catene da spezzare, solo liberi di essere ciò che si è, perché la bellezza non si può costringere in un recinto.