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Borneo: il respiro della foresta

Sono le ombre delle scimmie sulle vette degli alberi, immobili nella notte, ad abitare spesso i miei pensieri. Sagome perfettamente in equilibrio che dormivano su vette sottili e ondeggianti. Un vento leggero sfiorava ogni angolo del mio corpo e la Via Lattea non era mai stata così bianca. Migliaia di luci chiare percorrevano il cielo, come a indicare un punto preciso, il punto dove la mia mente sognava di restare, esattamente in quel luogo e in quell’istante.
Ho sempre amato gli animali, di un amore incontrollabile e assoluto. Da bambina guardavo rapita Diane Fossey che immobile osservava i gorilla di montagna. È stata la mia eroina e la sua morte ha segnato con dolore i miei ricordi per sempre. Un giorno qualsiasi ho deciso che i miei sogni potevano uscire allo scoperto e invadere la mia esistenza.
L’anno scorso è arrivata l’occasione di partire per il Borneo indonesiano, liberando un desiderio sopito per anni: incontrare la mia vera natura all’interno di una foresta pluviale. Il motore della mia avventura erano gli oranghi, meravigliose creature a rischio di estinzione a causa della deforestazione selvaggia che vessa l’Indonesia ormai da circa vent’anni. Dal 1995 a oggi sono stati cancellati circa 30 milioni di ettari di foresta, di cui più di 20 milioni di foreste originarie.
Ogni anno ne scompaiono quasi 2 milioni di ettari: 300 campi di calcio ogni ora!Mi ci sono voluti mesi di lavoro per andare in giro a cercare sponsor, spedire email, fare telefonate. L’ossessione piano piano si concretizzava, e la mia amica e fotografa Margherita ha deciso, con generosità e passione,
di accompagnarmi in questa avventura. Gli sponsor e gli aiuti economici non sono arrivati, ma noi siamo partite comunque.
Jakarta ci ha accolto di notte. Io e Margherita ci siamo sistemate sul pavimento dell’aeroporto, tra nugoli di zanzare affamate e poliziotti che ci guardavano sospettosi. La mattina è arrivata in fretta e l’eccitazione al pensiero della foresta che ci attendeva aveva reso la nostra stanchezza una vaga e serena agitazione. Siamo arrivate a Banjarmasin, East Kalimantan e da lì rotta per Pangkalanbun, provincia del Kalimantan Tengah. Il battello azzurro ci aspettava all’attracco del porticciolo di Kumai; una nave che parte ogni giorno e impiega circa 24 ore per attraversare il turbolento mare di Java.
Il Klotok, piccola imbarcazione colorata e semplice, ci avrebbe condotto all’interno della foresta lungo il fiume, nel profondo cuore del Borneo. Il viaggio è stato lungo e man mano che lentamente ci addentravamo nel verde, suoni e musiche della foresta si facevano via via più intensi, il sole alle tre di pomeriggio era pallido  e affaticato e la luce cominciava a scemare. La foresta era un concerto infinito di canti, richiami, movimenti e grida. Siamo giunte a un piccolo molo, c’era una casetta di legno con il tetto di foglie e tutto intorno candele consumate dalla sera prima, regnava la pace; un profumo di natura mi aveva assalito facendomi quasi svenire dal piacere, guardavo in alto le vette degli alberi, altissime e oscillanti sullo sfondo di un cielo limpido.
I miei occhi cominciavano ad abituarsi alla luce tenue del tardo pomeriggio e scorgevo sulle cime degli alberi piccole sagome immobili che si stavano accomodando per la notte: le piccole scimmie con la proboscide native del Borneo, anche loro primati in pericolo. Eravamo arrivate a Camp Leakey, centro riabilitativo per oranghi dove la dottoressa Birute Galdikas, più di trenta anni fa, cominciò i suoi studi sulla specie. Il centro è all’interno di un parco nazionale sostenuto dall’Orangutan Foundation International, il Tanjung Puting, 300.000 ettari protetti dalla furia della deforestazione. Il battello è stato la nostra casa per una settimana. Ogni giorno ci siamo spostate lentamente lungo il fiume Sungai Sekonyer, che attraversa il parco.
Le sue acque sono molto inquinate: le fabbriche nelle vicinanze vi scaricano mercurio e non trovano freni da parte del Governo. Sulle sponde si affacciava una natura meravigliosa e incontaminata. Era impressionante il confronto con la purezza della foresta, che si fletteva sul letto del fiume; e il suo colore, paragonabile a una melma indefinibile. Improvvisamente però il colore iniziava a cambiare, le acque si trasformavano in un giaciglio buio, di un nero incantevole e profondo; è in quell’acqua che potevamo bagnarci. Ogni tanto capitava di scorgere la testolina di un coccodrillo fare capolino in superficie, indisturbato dal motore del battello.
Potevi passare ore intere con la testa rivolta verso i rami che trapassavano le nuvole, nell’attesa di scorgere una sagoma fluttuante e delicata che si accostava. Gli oranghi sono degli animali meravigliosi, socievoli ma allo stesso tempo schivi. Generalmente un periodo buono per l’osservazione è il mese di agosto: fino a quel momento la foresta è stata ricca di frutta, di cui gli oranghi si nutrono copiosamente; ad agosto invece la frutta comincia a scarseggiare, così loro si riavvicinano ai margini del fiume permettendo a noi «umani» di incontrarli.
In questo piccolo universo protetto gli animali trovano rifugio e cura, ma l’estinzione è una realtà purtroppo bruciante quanto gli incendi che devastano
questo paradiso. Già dall’aereo per venire qui avevo osservato i fumi della furia umana: incendi sparsi ovunque, buchi di deserto e distruzione. Ma quello che ho visto attraversando le strade devastate dai mezzi pesanti, per arrivare alle piantagioni e alle fabbriche di olio di palma, è stato qualcosa di indescrivibile.
Ogni angolo di foresta distrutto, eliminato, cancellato senza pietà; centinaia di filari di palme avevano sostituito foreste millenarie. Niente più alberi, né animali, né tribù, solo deserto e palme, cisterne enormi di olio e piccoli porticcioli dove l’unica connessione con quello che esisteva prima erano le solitarie mangrovie che cercavano prepotentemente di sopravvivere a quel sopruso.
Le lacrime non possono sostituire la pioggia che nutre la terra di quel paradiso senza giustizia. Tutto quello che potevo fare era fotografare e scrivere quel danno, per comunicare oltre quel mare e oltre quel confine, tutto l’amore che potevo. Una delle ultime tappe è stata il Care Center della dottoressa Galdikas, la clinica dove i cuccioli di oranghi vengono accuditi. Si tratta di cuccioli rimasti senza madre, scampati agli incendi delle foreste devastate, oppure recuperati in qualche villaggio circostante dove vengono venduti come animali da compagnia. L’emozione è stata immensa, orde di «bambini» bisognosi di contatto ci hanno assalite; non sono in grado di descrivere la tenerezza e l’amore che ho provato in quegli istanti.
Avevo una gonna verde, colore molto amato a quanto ho potuto constatare, e in un attimo il mio indumento è diventato una tenda, una liana, un rifugio, ma soprattutto un gioco, per dei cuccioli ai quali devono insegnare da zero a vivere nella foresta, perché non hanno più un genitore che lo faccia. Vengono assistiti sino all’età di sei anni circa, per poi tornare nel loro habitat naturale. Si tratta di un lavoro preziosissimo, che permette a questa meravigliosa specie di non scomparire.
La foresta ti parla, respira il tuo cammino ed è impossibile non percepirla come un unico organismo pulsante. Il mio sogno per ora è qui, in queste righe, ma il mio cuore è nella foresta. Non bastano braccia enormi per circondare la meraviglia di uno spazio da difendere, né milioni di anime per descrivere il mio amore per la natura e per le specie che la abitano.

Il mio viaggio continua…