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11 settembre, cadono come le torri le menzogne

 

Molti di noi hanno assistito quel giorno al disastro, alla violenza, all’ignaro stupore di un mondo che crollava con le torri gemelle; Ground Zero, rappresentava l’inizio della paura, per alcuni, per altri la convinzione di una società in pericolo, il pericolo generato dal fanatismo e dalla religione, ma per altri  si è diffuso come una rete di ragno il sospetto di una manovra, di un malato sistema organizzato, di una strada agghiacciante che giustificasse una guerra. Dopo dieci anni quello che rimane di quell’evento è ancora più oscuro, l’immobilità di quell’acciaio che inspiegabilmente fondeva sotto gli occhi di spettatori sconcertati, un cielo fitto di traffico aereo dove ogni giorno transitano 27.000 voli commerciali, dove bastavano 10 minuti per far intervenire l’aviazione statunitense, che per quasi due ore si ghiaccia, si blocca, come se il tempo si fosse fermato nell’attesa dell’attentato imminente.
La mattina dell’11 settembre 19 terroristi dirottano quattro aerei, sono 15 sauditi e 4 egiziani; armati di tagliacarte si impadroniscono dei velivoli.  Alle 8 e 47 il primo aereo, un Boeing 767, si schianta sulla prima torre; alle 9 e 02 il secondo aereo, sempre un Boeing 767 colpisce la seconda torre. La rotta del secondo aereo viene repentinamente deviata solo dopo che la prima torre è stata colpita. Il volo American Airlines 77 si schianterà contro il Pentagono intorno alle 8 e 20 ed infine il volo United  Airlines 93 che precipiterà in Pennsylvania  poco dopo le 8 e 40. Una serie di attentati che difficilmente possono risultare concertati dai velivoli stessi. Grandi enigmi riguardano l’aereo che colpì il Pentagono, del quale non è rimasto nulla, se non un enorme foro d’entrata sulla facciata dell’edificio ed un foro di uscita (stesse dimensioni di un missile o al massimo di un caccia, non certo un aereo con una apertura alare di 40 metri); come è possibile inoltre che dell’aereo che precipitò in Pennsylvania non sia rimasto nulla se non frammenti poco più grandi di una mano?
Sono tante le domande che da dieci anni continuano a frammentare i ricordi e le convinzioni di quella giornata. Le torri sono crollate sotto il peso di un incendio che non avrebbe mai potuto fondere l’acciaio della struttura, resistente ad una temperatura di mille gradi per almeno 6 ore. Si sono disintegrate come fossero state di gesso. E poi l’improvviso crollo intorno alle 17 della torre 7, fuori dal perimetro del Wtc e che non aveva subito nessuna lesione. Il dubbio atroce che l’11 settembre sia stata la giornata sacrificale per quasi 3 mila persone ignare è vivo; neanche un mese dopo l’America  attaccava l’Afghanistan.
Dieci anni di inganni e il mondo intero non può e non vuole credere che si sia trattato di un complotto; troppi articoli, perizie, opinioni e congetture, in un mare di supposizioni. Una cosa è certa la versione “ufficiale” fa acqua da tutte le parti ed osservare criticamente i fatti porta inevitabilmente nella direzione opposta, laddove la menzogna non trova scampo. Il film di  Massimo Mazzucco è una finestra critica sulla vicenda dell’11 settembre, sono fatti e documenti da considerare, “11 settembre, inganno globale”, racconta le menzogne, gli artifici e le dinamiche di una strategia ben precisa, quella che alla fine giustifica la “difesa della libertà”, come Bush recitava il giorno dopo l’attentato, una libertà che è costata la vita a 3 mila individui, che ha colorato con le sfumature dell’intolleranza le convinzioni del popolo americano, ingannato  da una messinscena plateale: aerei che scompaiono, edifici che si dissolvono in polvere, manovre di potere che sembrerebbero azioni di guerra. La ricerca della verità è un diritto al di sopra della giustizia comune, non fosse altro per tutti quelli che quel giorno sono morti diventando loro malgrado dei martiri, ma il mondo è stufo di martiri che giustifichino altri martiri, vite in cambio di altre vite, sembra essere ormai il sistema imperante per eludere e cancellare i crimini di una umanità accecata dalla violenza.